Come già descritto nel precedente articolo, sono da un paio di settimane un (più che) felice possessore di un terminale Android di HTC.

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Mi sono lanciato in maniera forse un po’ avventata, ma ero decisamente stufo di quell’accozzaglia di funzioni ammiccanti dei vari WM e Symbian, ché definirli Sistemi Operativi Mobile è come dire che la SMART è un mezzo blindato dell’esercito.

In pochissimi giorni Android, nella più che ottima customizzazione fatta da HTC,  mi ha conquistato, laddove lo stesso Maemo (che rispetto ad Android è un Linux/Linux e non un Google/Linux), mi aveva lasciato un po’ spaesato.

La differenza sostanziale tra Maemo ed Android è che il primo altro non è che una piattaforma per portare Linux e le sue applicazioni su dispositivi palmari/smartphone, mentre Android è una piattaforma palmare/smartphone a 360°. Ciò si vede dalle applicazioni… su Maemo si può trovare il porting di pressoché qualsivoglia applicazione/libreria concepita per Linux… Android si limita ad applicazioni da smartphone; questo può sembrare un limite, ma non lo è.

Non ha molto senso, infatti, ritrovarsi con un Octave/GnuPlot su uno schermo da 3 pollici, o con un server Apache su un dispositivo con connettività intermittente, e chi più ne ha più ne metta…

Le applicazioni di Android sono semplici ed essenziali, e mirano soprattutto a portare le informazioni sul dispositivo, molto più che a generarle. In questa situazione l’integrazione delle varie componenti (soprattutto il PIM ed la “localizzazione”) permette un livello di automatismo dell’aggiornamento in tempo reale delle informazioni che ha dello straordinario.

Parliamoci chiaro, non siamo davanti a chissà quale soluzione innovativa, sono piccoli accorgimenti che però fanno la differenza. Una situazione esemplificativa per la sua banalità quanto utilità è il widget del meteo che è in grado di sfruttare il sistema di localizzazione del dispositivo per aggiornare automaticamente le condizioni metereologiche in base alla posizione. Una funzione semplicissima, alla fine dei conti, ma che difficilmente si trova in altre piattaforme, e soprattutto come dotazione standard.

Ovviamente non sono tutte rose e fiori… il neo più grosso di Android è la programmazione delle applicazioni. Java è fantastico per ridurre al minimo il time-to-market di un’applicazione, ma non è il massimo in quanto ad ottimizzazione delle risorse, e questo, alla lunga, potrebbe influire sul successo della piattaforma, perché non si può pensare di dare la stessa dotazione di un terminale high-end, anche per prodotti consumer, così come non si può pensare di fornire la stessa esperienza d’uso (e di usabilità, consentitemi la cacofonia), in un terminale dal contenuto tecnologico volutamente più economico.

Bisogna dire però che, nella seppure recente storia delle applicazioni mobile, mai un sistema operativo ha compiuto passi in avanti così epocali in un periodo così breve. La differenza tra il primo step di Android (1.0) e quelli della generazione attuale (1.5 ed 1.6, meglio noti come donut e cupcake) è abissale in termini di interfaccia ed usabilità. Ed in circa un anno siamo già alla terza Release (2.0 eclair), che promette ulteriori miglioramenti nella user experience (e non si tratta dei soliti 4 effettini che Apple spaccia per la nuova invenzione della ruota, ad ogni uscita di una nuova versione dei suoi SO).

Si parla di API (quindi librerie) per la migliore gestione della sezione multimediale (flash, zoom e gestione scene per la fotocamera), della geolocalizzazione (si parla di navigatore Google integrato), più tutta una serie di accorgimenti che fanno la felicità della nutrita comunità di sviluppatori (e non di utonti alla ricerca di APPLEcazioni con cui farsi fighi con gli amici).

Sono in attesa: è di oggi infatti la notizia che il mio Hero dovrebbe ricevere un aggiornamento ad Eclair (Android 2.0) entro fine anno, senza passare da Cupcake (1.6)…

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