In uno dei blog che parla della mia terra natia e che seguo maggiormente mi è capitato di leggere un articolo che mi ha particolarmente disgustato. A scanso di equivoci, non è certo la tesi portata avanti dall’autore dell’articolo a provocare questa mia sensazione di profonda frustazione, ma l’argomento che ha ispirato il suddetto.
Aldilà di ogni campanilismo (sono nato a Reggio, da genitori Reggini, ma ho sempre vissuto nel Catanzarese Ionico, prima di fare l’emigrante), quello che ho potuto osservare durante gli anni della mia giovinezza è che Cosenza ha goduto di un trattamento di favore da parte delle istituzioni. Un trattamento che non ha ragioni nè storiche, nè strategiche nè economiche.
Il motivo della concessione di una serie di innegabili privilegi è da imputare alla scaltrezza politica di una famiglia: i Mancino.
Lo scempio compiuto da costoro è sotto gli occhi di tutti: basta attraversare la A3 Salerno – Reggio Calabria per chiedersi come sia possibile che un’opera a carattere nazionale abbia potuto subire una simile violenza. Io mi limito a chiedermi quale differenza ci sia tra le cosche mafiose vibonesi e reggine che sembrerebbe controllino il racket sui lavori di ammodernamento della suddetta, e la famiglia Mancino che è riuscita a spostare il tracciato di diverse decine di chilometri, contro ogni logica e con il solo scopo di accrescere il proprio prestigio.
(Davanti ad un simile scempio c’è, a questo punto, solo da tirare un sospiro di sollievo, per il bene della nostra calabria, che i Mancino fossero Cosentini e non Crotonesi o Catanzaresi… vi immaginate la deviazione della A3 per farla passare da Catanzaro?)
Ebbene l’ultimo rampollo di cotanta progenie nei giorni scorsi ha dato ampio sfoggio della sua “cultura” bollando un evento storico come i Moti di Reggio del 1970, come la rivolta dei Fascisti. Ovviamente non posso evitare di mettere tra virgolette la parola cultura (che in questo caso potrei sarcasticamente anche riscrivere in “qultura”), perchè penso sia chiaro anche al più innocente dei bambini che il signore in questione ha la medesima padronanza dell’argomento che potrebbe avere il figlio di un pastore di uno sperdutissimo paesino delle Ande.
Personalmente la stirpe dei Mancino, che come in un regno feudale del Medio Evo, si tramandano di padre in figlio il potere e le nefandezze di una politica volta solo all’accresimento delle fortune non del proprio popolo, ma della propria cerchia, mi fa ricordare un “siparietto” di Totò che nel parlare di una persona divenuta importante più per diritto di nascita che per reali meriti propri, chiese al suo intelocutore se per caso la persona in questione non fosse “Figlio di”, senza aggiungere altro.
Aldilà del facile doppio senso espresso dalla battuta comica, secondo il mio modesto parere il grande comico ha coniato una definizione che calza a pennello per descrivere qualcuno la cui importanza non scaturisce dal proprio operato (buono o cattivo che sia), ma risplende, per così dire, della luce di un illustre (o pseudo tale) avo.
Per cui, non se la prendano troppo i Reggini, per l’etichetta di rivoltosi fascisti riservatagli impietosamente… non sa quel che dice, in fondo è solo un “Figlio di”.
